La sicurezza delle nanotecnologie è a rischio?
Parecchie informazioni suggeriscono di studiare più a fondo gli effetti delle nanoparticelle sulla salute

[02/04/2007]
La sicurezza delle nanotecnologie è a rischio? La nanotecnologia sta arrivando sul mercato nei settori più ampi e differenti, dai dentifrici e creme con filtro solare alle lavatrici, ai frigoriferi, alle pitture o ai tergicristalli. Ma molti sono chiesti che effetti hanno le nanostrutture sulla salute umana e sull'ambiente. Le informazioni fornite dalle Nazioni Unite, dalla Royal Britannic Society e la UE permettono ai gruppi ecologici di asserire che la conoscenza su questi effetti è ancora piccola, in più aleggia il fantasma di vecchia polemica intorno alla biotecnologia e agli organismi geneticamente modificati, di conseguenza nessuno desidera incontrare un rifiuto del pubblico nei confronti della nanoscienza.



La struttura e gli impieghi


La nanotecnologia consiste nel controllo della materia su scale comprese tra 1 e 100 nanometri - milionesimi del millimetro - ed implica la fabbricazione di piccole strutture di dimensioni pari a molecole, reti di capillari dell’occhio umano, per aver una migliore idea della dimensione. L'interesse del nano è principalmente in quelle proprietà di un materiale che, in quelle scale, sono molto differenti da quelle alle dimensioni macro; ovviamente il mercato ha cominciato ad approfittarne.
Per esempio, le nanoparticelle di diossido di titanio ostruiscono la radiazione ultravioletta ma sono invisibili, peculiarità che le rende adatte a comporre parte di creme solari. Inoltre ci sono nanocristalli di idrossiapatita, il componente principale del dentine dei denti, i quali - aggiunti ai dentifrici in pasta - presumibilmente rinforzano il dentine. Anche nel caso delle lavatrici le nanoparticelle sterilizzano i vestiti e nei frigoriferi combattono i batteri, per non parlare dei nanotubi di carbonio, infrangibili, che rinforzano le racchette da tennis.



Previsioni di mercato


La lista è lunga, ma secondo le previsioni non è che il principio timido dell'invasione del nano nel quotidiano. Si spera che le applicazioni future moltiplichino l'efficienza delle centrali elettriche rinnovabili, siano utili per la medicina rigeneratrice o accelerino lo sviluppo dei calcolatori più potenti. Un rapporto dell'ottobre 2006 dell'associazione europea Nanoforum ha indicato: “Il potenziale principale [del nanotecnologia] verrà dagli investimenti forti nella ricerca in un tipo di nanoscienza che non ancora ha raggiunto il consumatore”.



Le perplessità


Su queste aspettative ci sono pochi dubbi. La domanda è un'altra: si sta studiando tutto quello che si dovrebbe studiare della nanotecnologia? Il rapporto annuale delle Nazioni Unite del 2006 sull’ambiente descrive la nanotecnologia come “la sfida emergente”: “Ha un potenziale enorme generare i benefici sociali, economici ed ambientali (...). Tuttavia, il relativo impatto ambientale in misura grande non è conosciuto (...). Sono quindi necessarie una ricerca più sistematica e politiche (di controllo pubblico) specifiche per il settore“. Gli Stati Uniti e l'Europa dedicano 7.700 milioni di euro per studiare i benefici potenziali del nanotecnologia, ma soltanto 30 milioni di euro per valutare i loro rischi.
Inoltre la Royal Britannic Society e l'Accademia Britannica Reale di Ingegneria hanno dichiarato che è un motivo di “preoccupazione seria” la lentezza del relativo governo nell’affrettare i tempi “della riduzione dell'incertezza per ciò che riguarda gli impatti ambientali e sulla salute dei nanomateriali”.
L’UE fa auto-critica. Le conclusioni di un congresso su nanosicurezza organizzato a Helsinki nell’ottobre 2006 dalla Commissione – come riportato in uno speciale de El Pais - sono le seguenti: “I nanomateriali sono piccoli se sono paragonati agli oggetti sconosciuti di fronte barriere naturali dell'organismo. In più, si possono riconoscere nuove proprietà se paragonate a quelle della stessa sostanza nella relativa forma macro. Gli scienziati sono ancora incapaci predire queste nuove proprietà. Dobbiamo accelerare la caratterizzazione [dei nanomateriali] e cerchiamo progettazioni sicure per evitare che i rischi sconosciuti impediscano lo sviluppo delle nanotecnologie“.
Un dato certo che si sa è che le nanoparticelle, una volta nell'organismo - dopo essere state inalate, ingerite, iniettate o assorbite dalla pelle, possono attraversare la barriera ematoencefalica, che evita che le sostanze potenzialmente tossiche entrino dal flusso sanguigno nel cervello. Bisogna però stimare se questo sia realmente motivo di preoccupazione: la nanotossicologia e il nanoecotossicologia sono nate apposta per determinare e scoprire questo. Tuttavia, per Robert Madelin, capo di un Ministero principale e di Protezione al consumatore della Commissione dell'Europa a Helsinki, sono ancora discipline in fasce.



Le ricerche mediche


Günter Oberdorster, dell'università di Rochester (USA.), presente al congresso di Helsinki, assicura che gli effetti dei nanoparticelle sono stati già moderati e testati sulla salute. Un esempio è il relativo studio, con i ratti, sull'effetto nel sistema nervoso centrale delle nanoparticelle dell'ossido di manganese inalato. Hanno dedotto che le nanoparticelle si sono spostate rapidamente dal naso a varie regioni cerebrali.
Secondo Oberdorster, la maggior parte delle nanoparticelle sono probabilmente innocue, ma è necessario studiare “caso per caso”. Non è possibile scartare a priori “gli effetti acuti avversi e le conseguenze di lunga durata” e va dato risalto al fatto che un materiale è sicuro alle dimensioni normali non implica che lo sia anche nella sua relativa versione di nano.
Un altro studio interpretabile come avvertimento, anche se timido, è condotto da uno degli esperti dell'agenzia di protezione dell'ambiente degli Stati Uniti con le nanoparticelle di ossido di titanio delle protezioni solari. I ricercatori hanno verificato che, se aggiunte le particelle alle cellule cerebrali dei ratti nella coltura, questi residui tossici vengono liberati a lungo termine, ma nessuno ancora sa se l'effetto sia proprio degli animali vivi o se le “nano” del titanio dentro la crema realmente percorrano il tratto fino al cervello.
In Spagna, la piattaforma spagnola di Nanomedicina (Nanomed) ha generato un gruppo di lavoro sulla tossicità e la regolazione, coordinato da Joan Albert Vericat. Ma non si parla soltanto di nanomedicina. È il caso, per esempio, dei tanti citati nanorobots che perlustrerebbero il flusso sanguigno alla ricerca degli invaders o delle tossine. “Siamo ancora molto, molto lontano dal realizzare quello - ha detto Vericat – di cui invece, a parole, si è discusso fin troppo”. In Nanomed si stanno applicando anche sulle nuove tecniche nano della gestione delle medicine. Un esempio è il dispositivo che, una volta nel corpo, si occupa del rilascio di medicina in microdosi, onde poter ottenere un effetto localizzato e prolungato. Per Vericat, però, valutare gli effetti di questa novità richiede studi più clinici.



L'allarme del “Nano magico"


Nel maggio 2006, un Eurobarometro ha rivelato che il 40% degli europei pensa che le nanotecnologie miglioreranno la loro vita entro i prossimi 20 anni; per 13%, invece, non avrà effetti, 5% pensano che renderanno più difettose le cose e il 42% sono indifferenti. “A che gruppo saranno uniti coloro i quali ora non sanno?“ si è chiesto il capo di un Ministero della Commissione Europea in un congresso su nanosicurezza a Helsinki. “C’è molto in gioco. Corriamo persino il rischio che ci siano più richieste di moratoria o che si ripetano i fatti accaduti con i prodotti transgenici“. L'associazione canadese ETC già ha chiesto una moratoria per i prodotti nano. Greenpeace chiede più studi sugli effetti delle nanoparticelle. L'allarme è stato destato da un anno in Germania ed in Svizzera da due prodotti interni – Magic Nano e Finy - che hanno usato il termine di nano nella relativa promozione: più di 100 utenti di entrambi i prodotti, utilizzati come aerosol, hanno manifestato nausee, emicranie, dolori al petto e problemi respiratori. I prodotti sono stati ritirati del mercato ma non contenevano alcun tipo di nanoparticella.

A cura di Federico Buccarella
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